In 15 anni la North Pole Marathon è stata annullata una sola volta per il meteo avverso. Un fatto che parla da sé considerando che si svolge in condizioni di freddo tali per cui ogni altra maratona nel resto del pianeta verrebbe cancellata

Fu questo il motivo delle mie notti insonni la settimana prima della gara. Detesto il freddo, tanto che la sola idea di correre sotto i 15° C mi innervosisce. Ma una corsa nell’Artico sarebbe stata un’esperienza del tutto nuova per la mia carriera di runner. Era il 2014 e stavo per compiere 40 anni: quale occasione migliore per tentare un’impresa estrema.

Il paesaggio innevato del Polo Nord, con il ghiacciaio Svalbard ©Ondrej Prosicky/Shutterstock

Per quanto pericoloso, il Polo Nord è una meraviglia sovrannaturale. Pur essendo intimamente consapevole che faresti meglio a trovarti altrove, ne sei rapito, ti incute rispetto, un po’ come un deserto remoto. È una delle maratone che mi sono rimaste nel cuore (malgrado abbia registrato uno dei miei tempi peggiori) e il Polo Nord è certamente uno dei luoghi più straordinari che abbia mai visitato. Correre, tra l’altro, è stata solo una piccola parte dell’esperienza.

Durante il volo per la Norvegia cominciai a capire perché l’iscrizione a questa maratona costasse la bellezza di 16.000 euro. In qualità di atleta sponsorizzato avevo la fortuna di non dover affrontare la spesa e mi chiedevo chi mai fosse in grado di permetterselo. In realtà si trattava dei soliti noti: consulenti finanziari, broker, runner che corrono a scopo di raccolta fondi e atleti professionisti come me, tutti provenienti da una decina di Paesi diversi. Mi sorprese il desiderio di avventura condiviso. Tutti nutrivano una passione per le esperienze uniche, come questa, e per me fu incoraggiante. Non c’è runner che dopo aver corso una maratona prima o poi non desideri aggiungere un’impresa speciale al proprio curriculum.

Il villaggio di Barentsburg, Svalbard © Rubeus Olivander

Arrivato a Oslo presi un volo per Svalbard, l’insediamento abitato più a nord del pianeta. Qui runner e unità di supporto attendono una finestra di bel tempo per potersi imbarcare su un vecchio aereo russo che li trasferisce 650 miglia ancora più a nord, al Polo.

Il paesaggio visto dall’alto è di un bianco abbacinante. Qui si trova Camp Barneo, una base temporanea con pista di atterraggio che ogni anno viene scavata nel ghiaccio da paracadutisti russi appositamente per la corsa. Giunto a destinazione vidi quale unico segno della presenza umana un gruppetto di tende blu contro un’interminabile distesa di vuoto. Un panorama severo dove si ha la sensazione di trovarsi al Polo Nord solo nel momento in cui si mette piede fuori dall’aereo e ci si trova avvolti nel freddo.

A poca distanza dalla pista sono dislocati i dormitori, la mensa e i servizi igienici, che in questo contesto non sono che un grande secchio foderato da un pesante sacco della spazzatura, chiuso da un sedile di polistirolo (qualsiasi altro materiale rischierebbe di congelare la pelle). Trovai rapidamente la mia branda, sistemai il bagaglio e feci conoscenza con il mio ‘compagno di stanza’, Kolja, un tedesco cacciatore di sponsor per la Formula Uno. Scambiammo due chiacchiere, ma intanto non facevo altro che chiedermi se sarei mai riuscito a correre in queste condizioni.

Il percorso della maratona si dipana su uno spesso strato di ghiaccio e neve crostosa che si sposta sotto i piedi, a temperature che oscillano tra -25° C e -41° C, e prevede cinque giri di un lungo anello per complessivi 42,195 km. Può sembrare assurdo dover ripetere lo stesso giro più volte, ma il motivo è presto detto. Da queste parti aprire una nuova pista è un’impresa ardua e inoltre le zone del campo già spalate impattano meno sulle gambe. Ma soprattutto, in caso di necessità, un percorso di questo tipo mantiene i partecipanti a distanza ravvicinata dal campo, un dettaglio rassicurante. Anche trovarsi molto più avanti, o più indietro, rispetto al gruppo degli altri runner può diventare snervante. Al Polo Nord, eventualità come perdere un guanto o bucare il ghiaccio con un piede possono avere conseguenze pesanti, se non addirittura letali.

Durante la maratona le guardie armate sono incaricate di tenere lontani gli orsi polari © FloridaStock

La maratona prese il via senza troppo clamore e senza spettatori, ad eccezione delle guardie armate russe incaricate di tenere lontani gli orsi polari; il silenzio era amplificato dall’effetto insonorizzante del ghiaccio. Mi sintonizzai sui suoni dell’Artico: la neve che scricchiolava sotto i piedi, la superficie solida che cedeva leggermente sotto il peso dei miei passi.

Il secondo giro si corre sui solchi creati al primo passaggio. Il mio obiettivo era stabilire un record e cercavo di mantenermi al comando. Spesso per superare gli altri ero costretto a uscire dai solchi, avventurandomi su tratti di neve alta fino alle ginocchia.

Giro dopo giro il tracciato si fece sempre più battuto e i chilometri passarono veloci: senza rendermene conto avevo già percorso 18 miglia (30 km). Una volta superata la sensazione di freddo (credetemi, succede) comincia il bello. Con i due terzi della gara nelle gambe cominciai a sentire il bisogno di altro carburante. Mi fermai per assumere un integratore in gel, ma avevo addosso talmente tanti strati che prima di riuscire a portarmelo alla bocca passarono alcuni minuti preziosi. Cercai di allentare la maschera, ma non si mosse: mi si era congelata addosso per via del sudore e del fiato condensato. Le ciglia congelate mi annebbiavano la vista e sollevare anche solo il più piccolo strato dalla pelle mi provocava dolore. Non avevo altra scelta se non infilarmi per qualche minuto dentro un ristoro per riscaldarmi.

L’alba sui fiordi © ginger_polina_bublik

Come rimisi piede sulla neve fui accecato dal bagliore, ma la vista si normalizzò nei giri finali. Sebbene fossi anestetizzato, sorrisi nel momento in cui imboccai l’ultimo terzo della gara, arrancando lungo i solchi ormai perfettamente tracciati.

Con un tempo ufficiale poco oltre le quattro ore vinsi la maratona, la più lenta della mia carriera. Il secondo arrivò un’ora dopo di me. Comprensibilmente non esiste un tempo limite per una gara come questa: se sei arrivato fin qui (e hai pagato per farlo), ti lasciano correre a oltranza, pur entro certi limiti. Il mio tempo fu comunque un record, ma dell’Artico mi rimase soprattutto il ricordo di un paesaggio che non dimenticherò. La maratona del Polo Nord ha cambiato anche il mio atteggiamento verso il freddo: nemmeno tre anni più tardi ho partecipato all’Antarctica Marathon.

Fonte: lonelyplanetitalia.it- Michael Wardian

CORSE ESTREME: LA NORTH POLE MARATHON

31 Mag 2020 In: Norvegia

In 15 anni la North Pole Marathon è stata annullata una sola volta per il meteo avverso. Un fatto che parla da sé considerando che si svolge in condizioni di freddo tali per cui ogni altra maratona nel resto del pianeta verrebbe cancellata

Fu questo il motivo delle mie notti insonni la settimana prima della gara. Detesto il freddo, tanto che la sola idea di correre sotto i 15° C mi innervosisce. Ma una corsa nell’Artico sarebbe stata un’esperienza del tutto nuova per la mia carriera di runner. Era il 2014 e stavo per compiere 40 anni: quale occasione migliore per tentare un’impresa estrema.

Il paesaggio innevato del Polo Nord, con il ghiacciaio Svalbard ©Ondrej Prosicky/Shutterstock

Per quanto pericoloso, il Polo Nord è una meraviglia sovrannaturale. Pur essendo intimamente consapevole che faresti meglio a trovarti altrove, ne sei rapito, ti incute rispetto, un po’ come un deserto remoto. È una delle maratone che mi sono rimaste nel cuore (malgrado abbia registrato uno dei miei tempi peggiori) e il Polo Nord è certamente uno dei luoghi più straordinari che abbia mai visitato. Correre, tra l’altro, è stata solo una piccola parte dell’esperienza.

Durante il volo per la Norvegia cominciai a capire perché l’iscrizione a questa maratona costasse la bellezza di 16.000 euro. In qualità di atleta sponsorizzato avevo la fortuna di non dover affrontare la spesa e mi chiedevo chi mai fosse in grado di permetterselo. In realtà si trattava dei soliti noti: consulenti finanziari, broker, runner che corrono a scopo di raccolta fondi e atleti professionisti come me, tutti provenienti da una decina di Paesi diversi. Mi sorprese il desiderio di avventura condiviso. Tutti nutrivano una passione per le esperienze uniche, come questa, e per me fu incoraggiante. Non c’è runner che dopo aver corso una maratona prima o poi non desideri aggiungere un’impresa speciale al proprio curriculum.

Il villaggio di Barentsburg, Svalbard © Rubeus Olivander

Arrivato a Oslo presi un volo per Svalbard, l’insediamento abitato più a nord del pianeta. Qui runner e unità di supporto attendono una finestra di bel tempo per potersi imbarcare su un vecchio aereo russo che li trasferisce 650 miglia ancora più a nord, al Polo.

Il paesaggio visto dall’alto è di un bianco abbacinante. Qui si trova Camp Barneo, una base temporanea con pista di atterraggio che ogni anno viene scavata nel ghiaccio da paracadutisti russi appositamente per la corsa. Giunto a destinazione vidi quale unico segno della presenza umana un gruppetto di tende blu contro un’interminabile distesa di vuoto. Un panorama severo dove si ha la sensazione di trovarsi al Polo Nord solo nel momento in cui si mette piede fuori dall’aereo e ci si trova avvolti nel freddo.

A poca distanza dalla pista sono dislocati i dormitori, la mensa e i servizi igienici, che in questo contesto non sono che un grande secchio foderato da un pesante sacco della spazzatura, chiuso da un sedile di polistirolo (qualsiasi altro materiale rischierebbe di congelare la pelle). Trovai rapidamente la mia branda, sistemai il bagaglio e feci conoscenza con il mio ‘compagno di stanza’, Kolja, un tedesco cacciatore di sponsor per la Formula Uno. Scambiammo due chiacchiere, ma intanto non facevo altro che chiedermi se sarei mai riuscito a correre in queste condizioni.

Il percorso della maratona si dipana su uno spesso strato di ghiaccio e neve crostosa che si sposta sotto i piedi, a temperature che oscillano tra -25° C e -41° C, e prevede cinque giri di un lungo anello per complessivi 42,195 km. Può sembrare assurdo dover ripetere lo stesso giro più volte, ma il motivo è presto detto. Da queste parti aprire una nuova pista è un’impresa ardua e inoltre le zone del campo già spalate impattano meno sulle gambe. Ma soprattutto, in caso di necessità, un percorso di questo tipo mantiene i partecipanti a distanza ravvicinata dal campo, un dettaglio rassicurante. Anche trovarsi molto più avanti, o più indietro, rispetto al gruppo degli altri runner può diventare snervante. Al Polo Nord, eventualità come perdere un guanto o bucare il ghiaccio con un piede possono avere conseguenze pesanti, se non addirittura letali.

Durante la maratona le guardie armate sono incaricate di tenere lontani gli orsi polari © FloridaStock

La maratona prese il via senza troppo clamore e senza spettatori, ad eccezione delle guardie armate russe incaricate di tenere lontani gli orsi polari; il silenzio era amplificato dall’effetto insonorizzante del ghiaccio. Mi sintonizzai sui suoni dell’Artico: la neve che scricchiolava sotto i piedi, la superficie solida che cedeva leggermente sotto il peso dei miei passi.

Il secondo giro si corre sui solchi creati al primo passaggio. Il mio obiettivo era stabilire un record e cercavo di mantenermi al comando. Spesso per superare gli altri ero costretto a uscire dai solchi, avventurandomi su tratti di neve alta fino alle ginocchia.

Giro dopo giro il tracciato si fece sempre più battuto e i chilometri passarono veloci: senza rendermene conto avevo già percorso 18 miglia (30 km). Una volta superata la sensazione di freddo (credetemi, succede) comincia il bello. Con i due terzi della gara nelle gambe cominciai a sentire il bisogno di altro carburante. Mi fermai per assumere un integratore in gel, ma avevo addosso talmente tanti strati che prima di riuscire a portarmelo alla bocca passarono alcuni minuti preziosi. Cercai di allentare la maschera, ma non si mosse: mi si era congelata addosso per via del sudore e del fiato condensato. Le ciglia congelate mi annebbiavano la vista e sollevare anche solo il più piccolo strato dalla pelle mi provocava dolore. Non avevo altra scelta se non infilarmi per qualche minuto dentro un ristoro per riscaldarmi.

L’alba sui fiordi © ginger_polina_bublik

Come rimisi piede sulla neve fui accecato dal bagliore, ma la vista si normalizzò nei giri finali. Sebbene fossi anestetizzato, sorrisi nel momento in cui imboccai l’ultimo terzo della gara, arrancando lungo i solchi ormai perfettamente tracciati.

Con un tempo ufficiale poco oltre le quattro ore vinsi la maratona, la più lenta della mia carriera. Il secondo arrivò un’ora dopo di me. Comprensibilmente non esiste un tempo limite per una gara come questa: se sei arrivato fin qui (e hai pagato per farlo), ti lasciano correre a oltranza, pur entro certi limiti. Il mio tempo fu comunque un record, ma dell’Artico mi rimase soprattutto il ricordo di un paesaggio che non dimenticherò. La maratona del Polo Nord ha cambiato anche il mio atteggiamento verso il freddo: nemmeno tre anni più tardi ho partecipato all’Antarctica Marathon.

Fonte: lonelyplanetitalia.it- Michael Wardian

La Norvegia offre un incredibile ambiente naturale incontaminato, dai maestosi fiordi e le coste frastagliate ai ghiacciai e i pascoli verdi. E adesso una compagnia ha annunciato il lancio di una serie di rifugi per capitalizzare questo panorama mozzafiato: le birdbox, eleganti alloggi futuristici dotati di enormi vetrate per ammirare il paesaggio

Ideato da Livit, il “nido d’uccello per umani” ha un design minimalista che mette in risalto lo scenario che lo circonda. Questi rifugi dalle forme e i colori ispirati alle montagne norvegesi sono stati progettati per mimetizzarsi nella natura. Il designer di Birdbox e cofondatore di Livit è il designer norvegese Torstein Aa, famoso per “Vision of The Fjords”, una barca da crociera che gli valse anche un premio.

Gli alloggi saranno posizionati in vari punti del paese e offriranno ai viaggiatori un’esperienza diversa in ogni posto che visiteranno. Due sono le strutture disponibili, la mini e la media, ed essendo posizionate con l’elicottero possono essere installate nelle location più interessanti e difficili da raggiungere.

“Volevamo creare un prodotto che potesse regalare un’esperienza unica con un impatto ambientale minimo. Volevamo offrire un prodotto che facesse ricongiungere i visitatori con la natura ma che avesse il comfort di una camera d’albergo. Un prodotto che potesse essere posizionato ovunque, adatto a qualsiasi ambiente,” ha raccontato a Lonely Planet Torstein Aa, designer di Livit.

La compagnia promette ai suoi ospiti un’esperienza unica e un senso di libertà e pace, le finestre mostrano ogni tipo di clima. “Tutti gli scenari più diversi, dal tramonto sui fiordi, al mare in tempesta alla rilassante vista delle montagne”.

Attualmente ci sono due birdbox posizionate nella costa occidentale della Norvegia. “È possibile anche acquistarne una. Tra non molto ci saranno più birdbox in delle location nuove,” ha dichiarato Torstein.

Fonte: lonelyplanetitalia.it- James Gabriel Martin

La Norvegia offre un incredibile ambiente naturale incontaminato, dai maestosi fiordi e le coste frastagliate ai ghiacciai e i pascoli verdi. E adesso una compagnia ha annunciato il lancio di una serie di rifugi per capitalizzare questo panorama mozzafiato: le birdbox, eleganti alloggi futuristici dotati di enormi vetrate per ammirare il paesaggio

Ideato da Livit, il “nido d’uccello per umani” ha un design minimalista che mette in risalto lo scenario che lo circonda. Questi rifugi dalle forme e i colori ispirati alle montagne norvegesi sono stati progettati per mimetizzarsi nella natura. Il designer di Birdbox e cofondatore di Livit è il designer norvegese Torstein Aa, famoso per “Vision of The Fjords”, una barca da crociera che gli valse anche un premio.

Gli alloggi saranno posizionati in vari punti del paese e offriranno ai viaggiatori un’esperienza diversa in ogni posto che visiteranno. Due sono le strutture disponibili, la mini e la media, ed essendo posizionate con l’elicottero possono essere installate nelle location più interessanti e difficili da raggiungere.

“Volevamo creare un prodotto che potesse regalare un’esperienza unica con un impatto ambientale minimo. Volevamo offrire un prodotto che facesse ricongiungere i visitatori con la natura ma che avesse il comfort di una camera d’albergo. Un prodotto che potesse essere posizionato ovunque, adatto a qualsiasi ambiente,” ha raccontato a Lonely Planet Torstein Aa, designer di Livit.

La compagnia promette ai suoi ospiti un’esperienza unica e un senso di libertà e pace, le finestre mostrano ogni tipo di clima. “Tutti gli scenari più diversi, dal tramonto sui fiordi, al mare in tempesta alla rilassante vista delle montagne”.

Attualmente ci sono due birdbox posizionate nella costa occidentale della Norvegia. “È possibile anche acquistarne una. Tra non molto ci saranno più birdbox in delle location nuove,” ha dichiarato Torstein.

Fonte: lonelyplanetitalia.it- James Gabriel Martin

Non lontano da Dublino sorge uno dei luoghi più misteriosi d’Irlanda, così particolare da essere ancora oggi un enigma per quanti cercano di decifrarlo: Newgrange. Questo sito è una grande tomba a corridoio parte di una più complessa necropoli neolitica, oggi Patrimonio dell’Umanità, conosciuta col nome di Brú na Bóinne: la sua nascita avvenne ben 600 anni prima di quella delle piramidi egiziane e 1000 rispetto a Stonehenge e ancora oggi non è chiaro il motivo per cui fu realizzato. L’ipotesi più probabile è che questa fosse un’area di sepoltura: eppure si ha il dubbio che sia solo una parte di un qualcosa di maggiormente articolato, perché studi effettuati nel secolo scorso hanno aperto nuovi affascinanti interrogativi.

Come si presenta

Chi si aspetta un qualcosa di imponente rimarrà deluso: il tumulo, infatti, è alto poco più di 10 metri, con un diametro di circa 80 e la parte superiore ricoperta da un manto verde. Un po’ anonimo, ma non bisogna lasciarsi influenzare dalla prima impressione, perché già avvicinandosi si avvertono arcane energie vibrare nell’aria. Newgrange, nelle cui vicinanze ci sono 12 rocce verticali, forse resti di un più ampio cerchio di menhir. È composto da un muro di pietre di quarzo bianche e nere e da un ulteriore cerchio perimetrale di 97 massi: uno di questi è posto di fronte all’ingresso della tomba, quasi a vigilare sul sito, ed è famoso per le incisioni a spirale. La piccola entrata conduce in un ambiente tenebroso e un po’ claustrofobico: uno stretto passaggio di 19 metri porta a una camera centrale a forma di croce, che ospita tre nicchie, ognuna delle quali contiene una vasca in pietra dove si conservavano i resti dei defunti.

Atmosfere suggestive

Ci si sente un po’ come degli intrusi che, rompendo la sacralità, sono stati catapultati in un mondo fuori dall’ordinario fermo a millenni fa. Avvolto dal buio fitto e da un silenzio irreale: non è un semplice sepolcro, ma un vero scrigno di antiche memorie fatto da monoliti incisi che sembrano esser pronti a svelare ogni segreto. Il sito fu scoperto dall’archeologo O’Kelly il 21 dicembre 1967: data significativa in quanto ricorrenza del solstizio d’inverno, evento da sempre intriso di significati mistici per le popolazioni di ogni epoca. È il giorno più breve dell’anno ma, paradossalmente, per Newgrange è il momento del trionfo della luce: le tenebre che, infatti, ne avvolgono l’interno indietreggiano fino a scomparire dinnanzi all’espandersi dei raggi solari, grazie al perfetto allineamento della porta di ingresso rispetto al sole. Così, l’inquietudine dovuta al buio svanisce perché tutto riprende vitalità, quasi come fosse un corpo che si desta da un lungo sonno, ricaricato da misteriose energie che divampano ovunque.

Nuovi interrogativi

Lo spettacolo, però, dura pochi minuti prima che l’ambiente torni a essere avvolto dal buio fino al successivo solstizio. Tutto questo apre le porte a nuove considerazioni: forse il tumulo non serviva solo come tomba, ma era usato anche come calendario o luogo per rituali per celebrare i confini tra vita e morte? Se nell’oscurità erano deposti per il riposo eterno i corpi, la luce era la guida per le anime verso il mondo spirituale? Il tempo passa, i misteri restano: è questo il fascino dell’Irlanda.

Fonte: latitudeslife.com

Non lontano da Dublino sorge uno dei luoghi più misteriosi d’Irlanda, così particolare da essere ancora oggi un enigma per quanti cercano di decifrarlo: Newgrange. Questo sito è una grande tomba a corridoio parte di una più complessa necropoli neolitica, oggi Patrimonio dell’Umanità, conosciuta col nome di Brú na Bóinne: la sua nascita avvenne ben 600 anni prima di quella delle piramidi egiziane e 1000 rispetto a Stonehenge e ancora oggi non è chiaro il motivo per cui fu realizzato. L’ipotesi più probabile è che questa fosse un’area di sepoltura: eppure si ha il dubbio che sia solo una parte di un qualcosa di maggiormente articolato, perché studi effettuati nel secolo scorso hanno aperto nuovi affascinanti interrogativi.

Come si presenta

Chi si aspetta un qualcosa di imponente rimarrà deluso: il tumulo, infatti, è alto poco più di 10 metri, con un diametro di circa 80 e la parte superiore ricoperta da un manto verde. Un po’ anonimo, ma non bisogna lasciarsi influenzare dalla prima impressione, perché già avvicinandosi si avvertono arcane energie vibrare nell’aria. Newgrange, nelle cui vicinanze ci sono 12 rocce verticali, forse resti di un più ampio cerchio di menhir. È composto da un muro di pietre di quarzo bianche e nere e da un ulteriore cerchio perimetrale di 97 massi: uno di questi è posto di fronte all’ingresso della tomba, quasi a vigilare sul sito, ed è famoso per le incisioni a spirale. La piccola entrata conduce in un ambiente tenebroso e un po’ claustrofobico: uno stretto passaggio di 19 metri porta a una camera centrale a forma di croce, che ospita tre nicchie, ognuna delle quali contiene una vasca in pietra dove si conservavano i resti dei defunti.

Atmosfere suggestive

Ci si sente un po’ come degli intrusi che, rompendo la sacralità, sono stati catapultati in un mondo fuori dall’ordinario fermo a millenni fa. Avvolto dal buio fitto e da un silenzio irreale: non è un semplice sepolcro, ma un vero scrigno di antiche memorie fatto da monoliti incisi che sembrano esser pronti a svelare ogni segreto. Il sito fu scoperto dall’archeologo O’Kelly il 21 dicembre 1967: data significativa in quanto ricorrenza del solstizio d’inverno, evento da sempre intriso di significati mistici per le popolazioni di ogni epoca. È il giorno più breve dell’anno ma, paradossalmente, per Newgrange è il momento del trionfo della luce: le tenebre che, infatti, ne avvolgono l’interno indietreggiano fino a scomparire dinnanzi all’espandersi dei raggi solari, grazie al perfetto allineamento della porta di ingresso rispetto al sole. Così, l’inquietudine dovuta al buio svanisce perché tutto riprende vitalità, quasi come fosse un corpo che si desta da un lungo sonno, ricaricato da misteriose energie che divampano ovunque.

Nuovi interrogativi

Lo spettacolo, però, dura pochi minuti prima che l’ambiente torni a essere avvolto dal buio fino al successivo solstizio. Tutto questo apre le porte a nuove considerazioni: forse il tumulo non serviva solo come tomba, ma era usato anche come calendario o luogo per rituali per celebrare i confini tra vita e morte? Se nell’oscurità erano deposti per il riposo eterno i corpi, la luce era la guida per le anime verso il mondo spirituale? Il tempo passa, i misteri restano: è questo il fascino dell’Irlanda.

Fonte: latitudeslife.com

COSTA AZZURRA: I MILLE VOLTI DI NIZZA

29 Mag 2020 In: Francia

La capitale della Costa Azzurra è una città verde, con una dolcezza di vivere e una luminosità che ha affascinato da sempre pittori e registi e una straordinaria vivacità culturale.

Lo sviluppo sostenibile è una delle priorità della “città verde del Mediterraneo”, una smart city pioniera, con una Eco-Valle nella piana del Var: davvero una città dai mille volti. Il volto votato alla natura è quello più evidente. Nizza è una città di parchi e giardini, quasi 400 ettari di verde urbano: dal centralissimo Giardino Albert I alla Promenade du Paillon, il Giardino delle Arènes di Cimiez, il Giardino Botanico Parc Phoenix, il Parco Forestale del Mont Boron, il sentiero del litorale…

Legata alla natura, la cultura. Nizza conta ben 19 musei e gallerie, alcuni imperdibili: il Museo Chagall, il MAMAC, Museo d’Arte Moderna e Arte Contemporanea, che proprio quest’anno compie 30 anni, il Museo Matisse, il Museo di Arti Asiatiche… L’arte è la cifra di Nizza, così amata dai pittori: Matisse, Chagall, i naïf, gli artisti contemporanei del gruppo Botox(S). L’arte di vivere in città si riflette anche nella gastronomia: la cucina nizzarda è l’unica cucina francese ad essere garantita da un marchio di qualità, e si basa su prodotti del territorio e l’immancabile olio d’oliva, insieme al vino DOC del posto, il vino di Bellet. Da non perdere i coloratissimi mercati di cours Saleya, in pieno centro: il mercato dei fiori, un’eccellenza, il mercato di frutta e verdura, il mercato di antiquariato e brocante, delle pulci.

E l’arte di vivere che si estende anche al territorio attorno, la Métropole Nice Côte d’Azur, 49 luoghi di charme, verso l’interno come sul mare. Anche qui è di scena la cultura, basta ricordare il Museo Renoir a Cagnes-sur-Mer, la Villa Ephrussi de Rothschild a Saint-Jean-Cap-Ferrat, le chiese e le cappelle dei villaggi arroccati.

Fonte: it.france.fr/it – Rosalba Graglia

Il delta dell’Okavango, uno dei pochi delta interni esistenti, è il luogo in cui il fiume omonimo termina in modo spettacolare il suo corso, creando un ricco ambiente naturale che rende i safari in Botswana incomparabili

Pensavate che il vostro safari in Africa fosse un’avventura nelle zone più selvagge del continente, con il cuore a mille, il binocolo puntato, gli occhi pronti a cogliere ogni movimento e la vostra guida intenta a tracciare un sentiero nella prateria su un fuoristrada aperto ai lati in cerca di animali grandi e piccoli. E invece avete gli occhi chiusi, siete praticamente distesi e vi muovete a poco più di 1 km/h. E siete estasiati.

L’Okavango è un delta interno unico e un mondo acquatico senza eguali. Ogni anno riceve (e finisce per consumare) le acque alluvionali provenienti dagli altopiani dell’Angola. Al culmine della portata d’acqua, la sua superficie è di quasi 20.000 kmq, un ambiente di isole, lagune e canali con una ricca vegetazione e un’alta concentrazione di animali. Anche qui si può fare il classico safari in auto, ma scivolare lungo i canali orlati di canne in una tradizionale piroga (mokoro) è un’esperienza unica. Con lo sguardo quasi a pelo d’acqua, avvertirete l’ambiente circostante farsi più ampio, e gli avvistamenti di elefanti, giraffe e antilopi diventare speciali. Nei momenti di pausa, guardando il cielo azzurro e chiudendo gli occhi, sentirete solo il canto degli uccelli africani. Benvenuti nell’Okavango!

Fonte: lonelyplanetitalia.it

IL DELTA DELL’OKAVANGO – BOTSWANA

29 Mag 2020 In: Botswana

Il delta dell’Okavango, uno dei pochi delta interni esistenti, è il luogo in cui il fiume omonimo termina in modo spettacolare il suo corso, creando un ricco ambiente naturale che rende i safari in Botswana incomparabili

Pensavate che il vostro safari in Africa fosse un’avventura nelle zone più selvagge del continente, con il cuore a mille, il binocolo puntato, gli occhi pronti a cogliere ogni movimento e la vostra guida intenta a tracciare un sentiero nella prateria su un fuoristrada aperto ai lati in cerca di animali grandi e piccoli. E invece avete gli occhi chiusi, siete praticamente distesi e vi muovete a poco più di 1 km/h. E siete estasiati.

L’Okavango è un delta interno unico e un mondo acquatico senza eguali. Ogni anno riceve (e finisce per consumare) le acque alluvionali provenienti dagli altopiani dell’Angola. Al culmine della portata d’acqua, la sua superficie è di quasi 20.000 kmq, un ambiente di isole, lagune e canali con una ricca vegetazione e un’alta concentrazione di animali. Anche qui si può fare il classico safari in auto, ma scivolare lungo i canali orlati di canne in una tradizionale piroga (mokoro) è un’esperienza unica. Con lo sguardo quasi a pelo d’acqua, avvertirete l’ambiente circostante farsi più ampio, e gli avvistamenti di elefanti, giraffe e antilopi diventare speciali. Nei momenti di pausa, guardando il cielo azzurro e chiudendo gli occhi, sentirete solo il canto degli uccelli africani. Benvenuti nell’Okavango!

Fonte: lonelyplanetitalia.it

THE FABRIC OF THE BAHAMAS

Androsia Hand Made Batik began on an Andros beach in the late 60s. Where others saw simple cotton cloth, Rosi Birch saw a creative outlet for the island. A way to provide good jobs for local women. A way to tell the colorful story of Andros Island, piece by piece, on authentic Bahamian hand-dyed textiles. Today, the company has found a way to help Andros again: sewing surgical masks for the island’s first responders and residents.

WATCH THE PROCESS > The video in the link

Source: BAHAMAS.COM – The Islands Of The Bahamas


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